Di origini incerte le prime tracce di Gavello si trovano legate ad Attila ed agli Unni
Strabone che fu il più grande geografo dell’antichità,
vissuto fra il 60 a.C. e il 14 dell’era volgare e Plinio il Vecchio
che visse fra il 23 e il 79 della stessa era, non esitarono ad affermare
che l’antica valle padana, man mano che il mare si ritirava, rimaneva
una vasta palude, soggetta sempre al flusso e riflusso del medesimo e le
varie città collocate sul litorale adriatico apparivano sopra alture e
isolette circondate dalle acque. Le
acque del mare bagnavano Cavarzere, Loreo, Adria, Gavello, Ariano e,
più in giù, oltre Ravenna, anche Butrio, Saga e Spina.
L’intera
valle padana che si estendeva dall’Adriatico fino agli Appennini e
alle Prealpi, in tempi preistorici fu un prolungamento del mare
Adriatico. I crostacei chiusi
nel fango o sabbia marina alle falde dei colli subalpini e subappennini,
provano fin dove si estendeva il mare. Le
acque dell’Adriatico nel corso dei secoli lentamente si ritirarono e i
depositi alluvionali, scendendo a varie riprese dalle catene degli
Appennini, colmarono tanti bassifondi di questa grande laguna che si
disse poi padana perché divisa dalle Alpi al mare dal Padus o Po.
In qualunque luogo si compiano scavi,
trovasi un fondo del tutto marino, frammisto a ghiaia, ciottoli, sabbia
e tritumi di monti circostanti o lontani. Queste
sostanze tanto più si osservano polverizzate quanto più furono
rotolate dalle grandi correnti alluvionali. Credo,
valutando quanto è avvenuto per gli altri luoghi d’Italia, che
Gavello sia sorta come estremo lembo di Adria antica, senz’altro un po’
più tardi col ritirarsi delle acque e naturale conseguenza dell’estendersi
di Adria stessa. Di quanto
affermato ne sono prova i vasi etruschi dipinti trovati ed il nome di
etimologia abbastanza incerta.
La
presenza di quelle figurine è motivo di deduzione che Gavello in tempi
antichissimi sia stato un sobborgo di Adria anche perché nessuno degli
antichi che scrissero delle paludi adriane cita un luogo chiamato
Gavello. La più antica
memoria che lo faccia supporre una
particolare comunità risale, all’epoca della discesa di Attila in
Italia nel 452 d.C. mentre in occidente imperava Valentiniano terzo
Augusto.
Esisteva in Gavello,
presso il Sig. Roccato Luigi, una iscrizione che diceva "Nel tempo
che reggeva questa Parrocchia il benemerito Sig. Don Giovanni Giuliniati
(1702-1755) in corte della canonica si trova una pietra di cotto con la
seguente iscrizione in caratteri gotici "Gabellenses furent
Atile timentes comune tesaurum ses pedes altius condidere" (I
Gavellesi per timore di Attila hanno nascosto il loro tesoro profondo
sei piedi)". Questa
sembra essere la prima indicazione di Gavello come comunità propria
staccata di Adria, altrimenti risulterebbe strano che gli scrittori
Greci e Latini non l’avessero mai notata, dal momento che in essa sono
stati trovati sepolcri, urne cinerarie, medaglie, idoli, pavimenti
lavorati a mosaico di fattura romana e anteriore. L’ottima
posizione di Gavello antica era data anche da una diramazione della via
Popilia che, staccatasi dalla stessa presso Adria, doveva ricongiungersi
alla via Emilia Altinate.
La
Commissione provinciale di Rovigo - conservazione dei monumenti ecc..
verbalizza il 17 aprile 1878 la scoperta nel fondo Dossi in comune di
Gavello, proprietà del fu Cav. Gobatti di Rovigo, di ruderi di una
strada secondaria, in ciotoli, orientati da ovest verso est. Quando
l’Abbazia di Gavello venne soppressa (1425) tutte le memorie che si
trovavano in essa, alcune delle quali scritte forse quattro o cinque
secoli avanti la rotta di Ficarolo, furono trasportate al Monastero di
S. Benigno di Genova, dove rimasero dimenticate finchè non le trasse
alla luce (anno 1643) il Papebrocchio all’atto di comporre la vita del
Santo Monaco Beda, morto l’anno 883 nella Abbazia di Santa Maria di
Gavello.
Pertanto, date le
autorevoli fonti dalle quali attinse, possiamo credere che in tempi
imprecisabili esisteva un fiume di nome Gavello. Il
territorio Gavellese era solcato anche dal Tartaro che
nasceva dalle valli veronesi e correva inferiormente a un di presso del
Canalbianco moderno. Il Bocchi,
a proposito della bolla di Papa marino II scrive "Il primo
luogo che troviamo nominato verso ponente (rispetto ad Adria) è Massam
Gavello che pare veramente dovesse trovarsi al di là (cioè a
mezzogiorno) del Tartaro, ma forse col suo territorio a cavaliere
del medesimo".
Tratto da "La Risposta - La Repubblica Veneta - n° 6 anno 1995".
"Ora et labora":il motto benedettino funzionò anche per i polesani medioevali
La particolare configurazione
geografica del Polesine dei primi secoli dell’era cristiana, può
perfettamente farci comprendere come determinati luoghi posti al di fuori o al
di sopra di paludi possa aver dato luogo al formarsi di città più o meno
grandi.
Gavello fu una di queste città.
L’intensa attività religiosa e
civile di San Benedetto dovette, come in tutta Italia, portare una ventata di
cristianesimo attivo anche nel nostro Polesine.
Le popolazioni di tutta Italia
desideravano avere uno stimolo religioso-civile che li potesse smuovere e accettarono fiduciosi il motto di San Benedetto "ora et labora" come
un segno.
Il Polesine era un intreccio di paludi,
rigagnoli, fiumi che scorrevano liberi da ogni intervento dell’uomo,
confondendosi fra di loro senza alcuna possibilità di poter dare loro una
configurazione logica e costruttiva per il benessere degli abitanti.
La nostra zona aveva bisogno
dell’opera umana che cercasse di bonificare le paludi per poter dare un minimo
di benessere e di produttività ai campi.
La regola trovò ampi consensi e spazi
per potersi estricare. Gavello, quindi, al tempo di San
Benedetto, e precisamente dopo la sua morte accolse con entusiasmo questo nuovo
fervore cristiano e iniziò un’opera di bonifica intensa e quanto mai
necessaria. Da quanto si è scoperto con gli scavi
e con gli studi fatti al momento della ricostruzione dei campanili, si può
affermare, senza ombra di smentita, che l’Abbazia di Santa Maria di Gavello
poi Canalnovo ebbe la propria origine verso l’inizio del VI secolo.
Scavando le fondamenta della nuova
canonica di Gavello nell’anno 1784 furono scoperti tre strati, uno verde di
mattoni cotti, l’altro di rossi ed il terzo di bianchi, l’uno sopra
l’altro un piede circa.
Le abbazie nei primi tempi della chiesa
godevano di una autonomia assoluta, non avevano bisogno di alcuna approvazione
ecclesiastica del Vaticano e pertanto risulta quasi sempre oltremodo
difficoltoso il reperire documenti che non diano con certezza la data di nascita
e costituzione delle abbazie.
Nel 755 Pipino fece per iscritto la
famosa donazione alla repubblica Romana, cioè a quello stato che sotto la
protezione dei SS. Apostoli Pietro e Paolo e sotto la direzione del Papa,
s’erano già da molto tempo costituiti ai romani.
Falado abate di S. Dionigi visitò le
città dell’esarcato e della pentapoli e da ognuna prese ostaggi e portò a
Roma, sull’altare di S. Pietro, le chiavi delle città donate, insieme col
documento della donazione.
Che Gavello fosse compresa in tale
donazione sia come terra già spettante all’esarcato, sia comunque
all’impero greco ed usurpata dai Longobardi, non dà adito ad alcun dubbio.
Il Doge Deodato per un ordine di cose
che mutava radicalmente le condizioni politiche dell’Italia, sedendosi alle
porte dello stato un nuovo padrone, giudicò opportuno rinforzare da quel lato i
confini del Repubblica di modo che non oltrepassasse l’Adige.
C’era già il castello di Debbe o
qualsiasi altro fosse il nome allora di Cavarzere; molti in questo tempo ne
furono eretti.
E forse fu sull’Adige piuttosto che
alla riva del porto del Brenta che Deodato, attendendo alla costruzione di un
nuovo castello fortificatissimo, per una congiura di Galla, venne ucciso dal
popolo. Certo l’Adige fu per lungo tempo il
confine della Repubblica; ultimo limite della quale era la destra del medesimo
fiume verso ponente il castello de’ Veneziani-Castrum Venetiarum (Castel
Venezze), a circa dieci miglia sopra Cavarzere. Per quanto poco precisi in altre parti
gli atti di donazione dei re Franchi e dei loro successori, alla Santa Sede, è
certo che Gavello vi era compreso.
Adria e Gavello furono confermate alla
santa Sede da Carlo Magno (774), da Ludovico Pio, con tutti i confini e
territorio di isole in terra e mare loro spettanti (817) e da Ottone I.
"Adriam atque Gabellum" si
legge pure in una conferma di Ottone II (962).
Gavello va segnato fra le città
privilegiate dalla sorte poichè meno devastate dai barbari, nè da coloro
dominate, tranne per il breve regno gotico e qualche ritaglio più breve di
quello Longobardo. Essere stata per diverso tempo sede
vescovile, anche se non abbiamo notizie abbastanza sicure prima del settimo
secolo, è prova certa che fu città di un certo livello anche in quei secoli più
tenebrosi della nostra storia.
Vedere Gavello nominata fra i luoghi
donati alla Santa Sede e come membro dell’Esarcato, ci rafforza
nell’opinione che non facesse parte del regno longobardo.
Gavello come Adria sia geograficamente
che politicamente e amministrativamente fece parte della Repubblica di Venezia
durante l’impero fino a Costantino.
Quando questi ripartì l’impero in
quattro prefetture, ciascuna delle quali in diocesi presiedute da Vicari, o
preconsoli o conti e le diocesi in provincie, Gavello entrò nella prefettura e
nel vicariato d’Italia, ma penso che fin d’allora, staccata dalla Venezia e
dall’Istria, che formavano una provincia consolare della Flaminia o del
Piceno, di cui era capoluogo Ravenna.
Quando più tardi fu compresa
nell’Esarcato di Ravenna, fu considerata parte dell’Emilia ed ebbe come
capoluogo Ravenna. Ravenna fu senza dubbio capoluogo di
Gavello per molti secoli nei riguardi ecclesiastici.
E’ nell’esarcato di Ravenna, col
suo territorio palustre, che inizia a vedere l’opera disgregatrice dei corsi
d’acqua che, con il loro costante inalveamento, contribuiscono alla lenta
distruzione della città stessa.
Nell’887 gli Unni, o Ungari di razza
finnica, si dice fossero venuti dal vasto paese della Scizia o tartaria,
sottomessi gli Avari o mescolati con loro, occuparono quel paese che da loro fu
chiamato Ungheria. Popolo di nomadi, conducevano con sè
mogli e figli in carrette coperte di cuoio, amanti della caccia e della pesca,
coperti di pelli ferine. Impadronitisi della Pannonia
cominciarono ad infestare la Bulgaria, terribili cavaglieri e scagliatori di
frecce, di natura ferina si pascevano di carne cruda e di sangue, insegnavano ai
figli solo a cavalcare e a saettare.
Non è preciso e conosciuto l’anno
nel quale gli Ungheri attaccarono i paesi della repubblica veneta, ma dalla
cronaca del Dondolo sembra che fosse il 906.
Avanzando poi per il basso padovano,
toccarono Piove di Sacco. Da qui scesero a Cavarzere, quindi
penetrarono a Brondolo e Loreo. Le pianure di Cavarzere e Loreo
dovevano splendere di luce sinistra sugli abitanti di Adria e Gavello, privi di
qualsiasi umano soccorso, e sebbene non sia fatto espresso cenno che visitassero
anche queste città, abbiamo una prova indiretta nella bolla di Papa Giovanni X
(920) che parla della chiesa di Adria - dirupata ed fundibus desctructa.
In questo periodo l’Abbazia di Santa
Maria di Gavello era ancora molto fiorente, basti pensare che San Beda vi morì
nell’883. Subito dopo la sua morte, Gavello fu
meta per moltissimi anni di pellegrinaggi da ogni parte d’Italia e fuori.
Coll’avvento degli Ungheri, che certamente non hanno
graziato Gavello, i Benedettini, stanchi anche delle continue alluvioni causate
dal continuo innalzamento degli alvei dei diversi corsi d’acqua, cominciarono
a cercare luoghi più sicuri.
TRATTO DA La Risposta - La Repubblica Veneta - n° 6 anno 1995.
Il presente studio sui benedettini nel Polesine viene
volutamente limitato al territorio dell’antica diocesi di Adria (ivi compresa
per altro l’enclave ravennate di S. Apollinare e Crespino, nonchè il
territorio dell’abbazia nullius della Vangadizza) escludendo quindi la parte
altopolesana della diocesi attuale che solo con la Bolla "De salute
dominici gregis" del 1818 fu scorporata da quella di Ferrara.
Misurazioni del territorio, mappe, catastici sia dell’epoca
medievale che moderna evidenziano proprietà (livelli e decime) di monasteri
benedettini in numerose località polesane.
Tra l’altro è testimoniata la presenza di beni di grandi
abbazie quali: Pomposa, S. Cipriano di Murano quasi a ripetere anche nel settore
monastico la caratteristica del sovrapporsi o della continuità di influssi
veneti, ed emiliani, propria del territorio polesano.
A fianco di questi centri religiosi si possono rilevare le
testimonianze di diversi monasteri benedettini sorti nel Polesine e,
precisamente, nei secoli VIII-XI le abbazie di S. Maria di
Gavello, S. Maria
della Vangadizza, S. Pietro in Maone, nei secoli XII-XIV gli umiliati a Rovigo e
le monache Cassinesi a Lendinara, nei secoli successivi i monasteri si S.
Bartolomeo di Rovigo e della Madonna del Pilastrello di Lendinara.
Il territorio polesano nell’alto medioevo si presentava
rispetto agli insediamenti della popolazione con la suggestione di un ambiente
naturale ancora intatto, con molte risorse, solcato da fiumi ricchi d’acqua,
aperto alla possibilità di bonifica e di coltivazione ma anche con la minaccia
di alluvioni e di facili soprusi data l’inesistenza di difese naturali.
Pur con tali carenze il Polesine partecipò alla
impressionante fioritura di centri monastici che si registra in Italia nei
secoli VIII-XI e che costituì nella penisola, suddivisa in tante circoscrizioni
amministrative e politiche, l’unica unità spirituale e culturale.
Le vicende religiose e politiche di Adria e del territorio
diocesano non possono non far costante riferimento, per il periodo medievale,
all’influsso ravennate.
Le proprietà fondiarie del vescovo di Ravenna si estendevano
nel secolo X da Ficarolo a Gavello, non si limitavano a singoli e sparsi
appezzamenti di terreno ma comprendevano pure intere "masse, ragguardevoli
aree - afferma la Bocchi in un recente studio - strutturate un’organizzazione
amministrativa fondiaria".
Dal punto di vista giurisdizionale la dipendenza di alcune
parrocchie del Polesine e del vescovo di Adria dal metropolita ravennate si
protrarrà sino al 1818.
Le principali abbazie benedettine sorte nel Polesine nei
secoli VIII-XI sono: Gavello, S. Maria della Vangadizza, S. Pietro in Maone.
Le motivazioni della loro origine, gli sviluppi religiosi e
fondiari sembrano risultare diversi anche se non mancano aspetti comuni,
collegati all’ambiente e alle caratteristiche dei monasteri benedettini nel
periodo medievale.
Gavello - L’abbazia di S. Maria di Gavello è
ritenuta dagli storici il centro religioso benedettino più antico del Polesine.
Francesco Bocchi fa risalire addirittura il monastero al VI
secolo senza però suffragare di prove l’ardita affermazione.
Il primo documento sicuro a noi pervenuto riguarda la
concessione di decime all’abbazia di Gavello da parte del vescovo di Adria
Astolfo nel 992. Gli avvenimenti del periodo precedente sono avvolti da una
nube di leggenda raccolta e alimentata dagli annali benedettini e solo
parzialmente accettati dalla critica storica.
Secondo le cronache (in particolare gli Acta Sanctorum) nel
secolo IX fu presente a Gavello, durante il governo dell’abate Guglielmo il
monaco Beda.
La lontana provenienza, l’intensa spiritualità, gli atti
miracolosi alimentarono l’attenzione e la venerazione verso Beda da parte
degli altri religiosi, dei sacerdoti, dei fedeli.
Dopo la morte, avvenuta secondo gli annali benedettini il 10
aprile 883 la salma del monaco fu sepolta nella chiesa dell’abbazia e divenne
oggetto di venerazione.
Sempre secondo le varie narrazioni nel secolo XIII,
trovandosi l’abbazia in stato di abbandono, le spoglie mortali di Beda furono
raccolte da un monaco genovese e trasportate nel monastero ligure di S. Begnino.
Di qui nel secolo scorso le reliquie del santo furono
traslate a Subiaco.
Numerosi sono i problemi che pone al ricercatore l’abbazia
di Gavello. Oltre alla data incerta di fondazione vi è l’assoluto
silenzio di tracce architettoniche e urbanistiche.
Si sà che nel secolo XV la sede abbaziale è a Canalnovo.
Non si può escludere l’ipotesi che, anche in precedenza,
la sede del monastero sia stata presso Canalnovo data la vasta estensione del
territorio di Gavello e la tendenza a costruire le abbazie benedettine alla
periferia dei centri abitati.
Pellegrino Prisciani, che nel secolo XVI indica Canalnovo
come "principalis Gavellensis ecclesia monasterii" prospetta l’ipotesi
di una struttura dell’abbazia di Gavello simile a quella dei grandi monasteri
dell’epoca longobardica e carolingia con la presenza, a fianco della sede
principale di "celle", dipendenze nei punti nevralgici delle
proprietà monastiche ove erano presenti monaci per i lavori di bonifica, per il
controllo e l’assistenza alle vie di comunicazione.
La cella rispecchia la struttura dell’abbazia centrale ed
ha per capo un priore o un preposito con poteri simili all’abate ed incarico a
vita.
In molti casi le celle si rendono gradualmente autonome dal monastero centrale.
Per Gavello l’affermazione di Prisciani circa l’esistenza
di una chiesa "principalis" sottende l’esistenza di centri religiosi
minori, forse celle.
Non si può escludere che coincidessero con località e
chiese ove anche nei secoli successivi l’abbazia conserverà diritti: la
chiesa di S. Lorenzo presso Gavello, la chiesa di S. Stefano ad Adria, S.
Martino di Ceregnano, S. Giacomo di Cartirago.
Non lungi da Gavello appaiono fugacemente nel secolo XI due
centri monastici: "abbatia Gavellensem S. Cassiani" e "abbatiam
Brusedam", che potrebbero dare corpo all’ipotesi di un complesso
abbaziale articolato e di grande rilievo nei secoli IX-XI.
Nonantola, Pomposa, S. Benedetto Po sono esempi di siffatti
monasteri, particolarmente attivi nei secoli anteriori al mille nel lavoro di
dissodamento e bonifica di vaste aree della pianura padana.
Possiamo estendere questo fervore tipicamente benedettino
anche a Gavello e alle località del Medio Polesine ove non mancavano certo
ampie possibilità di sfruttamento del terreno per la pastorizia e l’agricoltura.
Il ruolo religioso ed economico del centro monastico nei
secoli XIII-XIV fu intenso come indicano numerosi avvenimenti di questo periodo.
Ne citiamo alcuni: l’abate di Gavello nel 1220 è
incaricato dell’amministrazione dei beni del monastero di S. Pietro in Maone; Johannes
abbas Gavellianus partecipa al capitolo monastico bolognese del 1337 e nell’anno
successivo con gli abati di Nonantola e S. Procolo visita l’abbazia di
Pomposa; nel 1343 è sempre Giovanni incaricato di procedere alla visita del
monastero femminile di S. Silvestro di Ferrara.
A metà strada tra storia e leggenda si snoda il terrapieno che congiungeva Adria a Gavello
La chiesa di Gavello, di antiche origini, nacque come
convento di frati.
Quello che allora era un ridottissimo gruppo di case riunite
all’ombra del campanile, è diventato oggi un piccolo paese che rispecchia
abbastanza fedelmente la composizione-tipo sotto tutti gli aspetti dei comuni
del medio Polesine.
Di conseguenza è facile ed inevitabile trovare l’amore per
le proprie pietre, per i muri che si sono visti fin dalla nascita, per i fiori
cresciuti timidamente, ma irresistibilmente, fra le crepe di un sasso spaccato.
Un amore spesso pettegolo, che fascina di cose rare e
misteriose ciò che quasi sempre non è altro che una cosa banale.
Ma questo non è molto importante,
perchè, come si sa, quel
che conta è la fede.
E’ credervi, sia pure con un mezzo sorriso.
Quel che riguarda la così detta "via dei frati" è
in gran parte figlio di questo amore.
La storia è presto detta.
La zona circostante Gavello, allora
Gabellum, era
prevalentemente paludosa e soggetta a continui allagamenti a causa degli
straripamenti dei fiumi e dei fossi marini.
Ne consegue che i frati che avevano necessità, per i loro
frequenti viaggi, di essere collegati con Adria, importante sede religiosa,
furono costretti a costruirsi una strada che rimanesse sempre all’asciutto,
evitando così a tutti spiacevoli bagni.
Questa strada, che era molto simile ad un argine, si snodava
fra le paludi congiungendo Gavello ad Adria.
I frati avevano compiuto l’impresa (la loro operosità è
proverbiale) innalzando ulteriormente, col trasporto di terra le zone per natura
più elevate.
In pratica "la via dei frati" non era altro che un
terrapieno, neppure in linea retta, che permetteva un cammino non umido fra
Adria e Gavello.
Fin qui la storia.
Ora la leggenda; è ovvio che la leggenda arricchisca ed
adombri di segreto e di arcano ciò che di per sè è semplicissimo.
E difatti la leggenda dice che la via dei frati è un lungo e
misterioso cunicolo, a tutti precluso, di cui si servivano i monaci per
raggiungere Adria e per chissà cos’altro.
Non serve indulgere nelle diramazioni e nelle fiorettature
della struttura essenziale, poc’anzi detta, dalla leggenda, anche perchè sono
facilmente immaginabili.
Passiamo quindi alla diceria.
Se la storia è la verità del passato, la diceria è la
chiacchera del presente o del passato prossimo.
La diceria indica il vecchio ottantenne o la vecchia ormai
piegata e ingobbata, e racconta storie fantasiose di scoperte eccitanti, di
avventure sensazionali vissute in gioventù da costoro proprio dentro il mitico
passaggio chiamato "via dei frati".
Se parlate con loro vi dicono che è tutto vero, stanno
volentieri al gioco o forse ormai ci credono davvero e vi raccontano di quando,
tanti anni fa, si sono inoltrati là dentro, in quel buio pesto, finchè è loro
mancato il cuore e sono fuggiti indietro.
Vi raccontano storie di sospiri, di ombre evanescenti, e se
un po’ spazientiti chiedete che vi indichino dove passa questa caverna
sotterranea, vi portano fuori su un campo, e con l’aria un po’ distratta,
insicura e forse sorniona, vi dicono: qui! e la mano, che voi osservate curiosi,
oscilla con noncuranza.
Ma forse è solo la vecchiaia.
Ecco la favola della via dei frati, una storia che è
patrimonio del paese, che appartiene ad una cultura comune, di tutti.
TRATTO DA La Risposta - La Repubblica Veneta - n° 6 anno 1995. Di Roberto Benetti.
Ghebel, Ghabul, Gavelle, Gabel o Gabello?
Etimologia incerta per il nome del paese: per alcuni è di origine gallica, per altri ebraica, per altri ancora della "langue d'Oc", o etrusca.
L’etimologia del nome Gabellus ci ricorda i primi abitanti della valle padana, cioè i Pelasgi-Pelestini, poichè Gabellus al pari di Adria, Tartaro, Carbonara, Filistina non è che voce semitica, il Ghebal o Gabel e Gabelus che leggiamo nella Bibbia. Non manca però chi ritiene trattasi semplicemente di voce latina perchè si trova in Plinio che indica con questo nome il fiume Secchia. Il Frizzi "La villa Gavello" (si tratta di quello mirandolese), cui non avrei per questo difficoltà di credere che fosse dato il nome Gabellus, proprio di Secchia presso i latini (volume 1 cap. IX). Il De Vit, premettendo che in antico dovette esserci una strada che mettesse in comunicazione Adria con Mantova e che i nomi dei luoghi percorsi hanno per la maggior parte origine dal latino, così scrive: Tali sono a mio avviso, Massa, Trecenta, Fratta, Villamarzana, Ponticulus, Gavello. Risulta facile comprendere come tutti i nomi sopracitati abbiano origine latina tranne Gabellus che ritengo non possa assolutamente derivare dal termine latino Gabala (forca-pedaglio da forca). La voce Gabellus la troviamo, ripeto, solo in Plinio col significato di Secchia ma ritengo che il fiume omonimo esistesse certamente molto prima di detto scrittore. Altra considerazione è da farsi per quanto riguarda i Galli. I Galli Boi hanno abitato queste zone molto tempo prima che le legioni romane le vedessero al tempo della seconda guerra punica. Presso i Galli esistevano certi vocaboli vicini al termine Gabellus. Gave significa fiume, canale e paese bagnato da un fiume. Gavelle della Picardia, il Gabel o Gabelo della lingua d’Oc (Javelle covone) donde è venuto il termine latino Gavella. Sembra comunque troppo poca cosa per poter ritenere che il termine Gabellus possa essere di origine gallica in quanto vi sono altre tesi molto più consistenti ed esplicite. Il Mazzocchi trovando nel nome Gabellus un’origine etrusca, dice che doveva chiamarsi da prima Ghabul o Gabul, vale a dire termine, confine. Il Berti benchè non parli del Gavello in argomento, avvalora la tesi del Mazzocchi con una vasta spiegazione: "A mezzogiorno di Ravenna, pressochè sulla linea di Meleda, vi ha un luogo che chiamano Ghibul che nella lingua pelasgia sarebbe Zebul che significa abitazione, luogo abitato, e Gebel che significa luogo di confine e potè essere veramente un confine quando Ravenna fu staccata dai Pelasgi e data agli Umbri. Pertanto vediamo Ghibul del Berti, Gabul o Ghabul del Mazzocchi, il Gebal o Gabel e Gabelus della Bibbia quanto sono vicini a Gabellus. Da ciò si deduce che i fiumi Gavello, il nostro e quello appenninico non possono avere avuto il nome dai Galli o dai Latini, ma dai Pelasgi e che ambedue dovettero segnare un confine. Penso comunque ci possa essere anche un’altra interpretazione del nome Gabellus. Se guardiamo il termine greco gh che in dorico era ga ed il termine Bellwn possiamo molto più semplicemente darne il significato. Il termine ga significa terra e Bellewn significa fatto a punta. Quindi molto semplicemente si intendeva designare un punto più alto rispetto agli altri luoghi situati fra le paludi che occupavano il nostro Polesine. A prima vista può sembrare semplicistica questa considerazione, ma possiamo notare che molti altri luoghi hanno avuto origine etimologica da particolari situazioni. Troviamo infatti nomi come Grumulo, Massa ecc. che altro non sono se uno stato di fatto geofisico. Secondo gli studiosi più recenti, l’origine del toponimo deve rapportarsi alla voce prelatina gava/gaba, che significa canale. Il nome Gavello sarebbe dunque un idronimo, secondo una tipologia assai diffusa nella toponomastica polesana. Rimane da vedere se è stata la città di Gavello a dare il nome al fiume Gavellone o viceversa. Se è stato il fiume Gavellone, tutte le tesi esposte hanno un valore descrittivo. Il Fiume Gavellone era un ramo del Po e partiva dalla Fossa Filistina nelle vicinanze della Fratta. Il Prisciano dice che il Fiume Gavellone portava le sue acque nelle valli di Ariano passando anche per il canale Gavello. "Per Gavelli canalem in adriam vallem et alveoso effundebat".
Gavello, ovvero Brevissimam Civitatem
Pertanto è logico pensare che fosse la città di Gavello a dare il nome al canale. Inoltre diversi studi fatti con i sistemi moderni hanno riscontrato che questo fiume Gavello ha variato il proprio corso nei secoli causa diverse alluvioni. I corsi d’acqua favorivano il sorgere come estremo lembo di Adria antica. Nell’intreccio di canali, fiumi, paludi che pervadeva tutto il Polesine, Gavello non era toccato solo dal fiume Gavellone e, pertanto, si può affermare che sia stata la città di Gavello a dare il nome al fiume. Il fiume prese il suo nome allorchè la piccola città (Papa Adriano 1 la chiama "Brevissimam civitatem" nel 775) di Gavello, sotto il benefico influsso della Badia incominciò a svilupparsi. Questo nostro territorio lo dobbiamo immaginare come una immensa palude. In questa palude vediamo una strada che collega Adria con Gavello e si congiunge con la via Emilia-Altinate. I corsi d’acqua avevano un tragitto che si modificava o per eventi naturali per effetto delle opere di bonifica da parte dei monaci Benedettini. Abbiamo perciò dei canali, citati da vari scrittori, che, a seconda dei tempi, si trovano in diverse posizioni. In base a queste considerazioni, semplici ma nello stesso tempo esatte, si può affermare che il corso d’acqua chiamato Gavellone doveva essere quel ramo del Po che più di ogni altro riuscì a mantenere il proprio alveo regolare e pertanto il Monastero di Santa Maria di Gavello pensò bene di chiamarlo col nome della città. Esistevano altri corsi d’acqua chiamati col nome dei luoghi di una certa entità che dagli stessi venivano toccati, come Crespino, la Cobola ecc. e, a volte, lo stesso corso d’acqua mutava nome a seconda del luogo che attraversava. (...)
TRATTO DA La Risposta - La Repubblica Veneta - n° 6 anno 1995.
L'antica stazione di "Cabellum"
da Adria a Triginta, dal VI secolo passando per l'anno mille, e il 1700, fino ai nostri giorni
Di remote origini, forse pelasgiche o fenice, ma più
probabilmente paleovenete, sorse contendendo la terra alle paludi a sud dell’antica
Adria, la prima comunità di Gavello. Questo è
senz’altro stato un centro che gravitò su Adria durante tutto il periodo
romano. Era una stazione, la settima miliare
per l’esattezza, della strada romana "Cabellum" (attraversava il
centro abitato di Gavello tanto che sul suo tracciato sorge l’attuale
campanile) che collegava Adria con Trecenta ("Triginta" trentesima
militare) dove la via si biforcava verso Verona e Mantova.
Ad un miglio da Gavello passava un’altra strada che
attraversava la pianura padana e si dirigeva verso Ferrara e Bologna.
Si può pertanto comprendere come ancora nell’alto
medioevo, essa meritasse il titolo di piccola città: in una lettera indirizzata
da papa Adriano I a Carlo Magno nel 755 si parla di "quandam brevissimam
civitatem gabellensem" che, stando a quanto reputano alcuni storici
polesani (F. Bocchi, A. De Bon), dominava il territorio circostante fino ad
assoggettare Massa Campilia (S. Apollinare), ora frazione di Rovigo.
Politicamente
e storicamente, Gavello ha seguito le vicende di Adria.
Intorno al secolo VI, nella parte più
elevata del territorio fu innalzata una abbazia da parte di monaci benedettini.
Questi monaci, per riparare i terreni dalle inondazioni,
costruirono vari argini, uno dei quali, denominato "l’Argine dei
Frati", divide tuttora Gavello da Villanova Marchesana. In
quel monastero vissero molti operosi frati: non si può non ricordare, tra l’altro,
l’inglese Beda, poi santificato, che entrò nell’874 in quel luogo di
preghiera e di lavoro. vBeda morì in Gavello
il 10 aprile dell’883 e i suoi resti furono portati da frate Giovanni
Bevilacqua nella chiesa di S. Benigno in Genova.
Dopo la rotta di Ficarolo (1150) i benedettini dovettero
abbandonare la loro resistenza e si ritirarono in Canalnovo dove costruirono una
chiesa ed un convento.
Più tardi, nel 1425, l’Abbazia di Gavello fu soppressa e
al suo posto fu eretta una commenda diretta da un solo monaco per esigenze
spirituali della comunità. Dell’antica
Abbazia rimangono solo l’abside conservata anche per la chiesa attuale e la
parte inferiore del campanile fino alla cella campanaria rifatta nel 1828; il
resto fu rifatto nel 1514 grazie all’intervento del conte Giovanni Gilioli che
le assegnò una dotazione di terreno atta al sostentamento di due sacerdoti.
Nel 1711 la chiesa fu ingrandita ed innalzata. I
suoi cinque altari appartengono tutti alla parrocchia e non all’antica
Abbazia. C’è l’altare maggiore dedicato
alla madonna delle Grazie, la cui immagine, in stucco, è la medesima venerata
dagli antichi benedettini. Appena fuori dall’abside,
ai lati della balaustra, ci sono due altari impreziositi da due colonne di
marmo: un altare dedicato a S. Beda e S. Antonio da Padova, l’altro dedicato a
S. Sebastiano; gli altri due altari, che sono più grandi, sono dedicati l’uno
alla Madonna del Carmine, l’altro a S. Pietro Martire, patrono di Gavello, la
cui festa ricorre il 29 aprile.
Il 15 novembre 1797 i possedimenti dell’abbazia di Santa
Maria e San Pietro Martire furono confiscati dall’amministratore francese E.
Haller per conto della Repubblica Cisalpina e venduti ad Antonio Finotti di
Bologna e a Raffaele Lampronti di Ferrara per ventiduemila pezze di Spagna.
L’atto di vendita è conservato in copia autentica dall’archivio
arcipretale di Gavello.
In quel documento tra l’altro si legge: "... Il
cittadino Emanuele Haller, amministratore delle finanze d’Italia... agendo con
il consenso del generale in capo Bonaparte in nome della Repubblica Francese,
spontaneamente ha fatto e fa vendita... alli cittadini Antonio Finotti del
vivente Giovanni di Bologna, ed Isaia Raffaele Lampronti figlio di Benedetto di
Ferrara... di tutti i beni così detti Abbazia di Gavello e S. Pietro Martire
situati nei territori ferrarese e veneziano... con loro annessi, connessi e
dipendenze, livelli, decime... per il prezzo di ventidue mille pezzi di Spagna,
[grossa moneta d’oro e d’argento, n.d.r] cinquemila per il 15
dicembre p.f. e le restanti diciassettemila ripartitamente in dieci rate
mensili... pagabili con cambiali per Venezia... Milano 15 novembre 1797. 25 Brumifero anno VI repubblicano".
C’è anche una chiesetta nella frazione di Magnolina, a
cinque chilometri sulla strada per Adria, di recente costruzione, che è stata
ricavata da una sala da ballo nel dopoguerra.
Oltre alla parrocchiale, Gavello non offre pressochè nulla
dal punto di vista monumentale e architettonico. Si può citare solo il Palazzo
Municipale, in piazza Beltrame, ricavato dall’ex palazzo Grimani del
settecento.
Il sottosuolo del paese, invece, ove opportunamente
setacciato da ricerche archeologiche,
potrebbe offrire ancora molto in testimonianze dell’antico periodo romano,
come ha finora fornito in stele funerarie (come quella di Vetinia Iucunda
scoperta nel 1724), rocchi di colonne, tegole, anfore, medaglie, figure in
cotto...
In particolare sarebbe opportuno scavare nelle campagne delle
località Dossi ed a oriente e ad occidente della parrocchiale (durante lo scavo
per le fondazioni della parrocchiale nel 1784 si sono trovati tre strati di
mattoni cotti).
Dal punto di vista economico, Gavello è un paese
prevalentemente agricolo: il territorio è tutto arativo; non esistono pascoli o
foreste.
TRATTO DA La Risposta - La Repubblica Veneta - n° 6 anno 1995.